Sunday, October 10, 2010

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Simret: a unique history of many


How many times, walking the streets of some large Italian cities such as Milan or Rome, you will come across African boys and girls committed to sell books. Surely many times. And I guess that in most cases you tried to change course to avoid the meeting. This phenomenon I hope to return soon to better describe who these young men and what kind of books offering passers-by, mostly distracted or impatient. The surprises are certainly many. This time I will only touch on only a book, recently purchased by a nice cross from Senegal in Milan, in Corso Vittorio Emanuele: the title From Ethiopia to Rome. Letters to the mother of a migrant fleeing (Terre di mezzo publisher) and curators have Colloca Michele (researcher at the ' University "La Sapienza" of Rome ) and Mussie Zerai Yosief (student of theology and contributor to ' Agency Habeshia of Rome , an organization for assistance to refugees and asylum seekers). The book tells a story like many others, that happens daily in the general indifference (and accomplice) a bit 'all noi. La protagonista è una giovane etiope: la sua avventura ci viene raccontata attraverso le lettere che ha inviato alla propria madre eritrea, deceduta durante la fuga dall’Etiopia. Il suo nome è Simret (un nome di fantasia, per rispettare la richiesta di anonimato della donna): nel 2000, insieme alla madre, scappa da Addis Abeba e si rifugia a Khartoum, in Sudan. Qui la madre trova alcuni lavori come domestica, ma è costretta ad abbandonare il paese perché, insieme alla figlia, subisce ripetute molestie e violenze sessuali dai suoi padroni. Nel 2005 si trasferisce in Libia, ma nel viaggio, stremata dalla fatica, la madre muore. Simret ha solo 16 anni e quel giorno perde la sola persona che ha al mondo. Inizia così la corrispondenza con la madre perduta e abbandonata nel deserto. Una serie di lettere dolci, tenere, strazianti, nella quali la ragazza racconta l’agghiacciante esperienza che vive quotidianamente: il viaggio verso la Libia stipata in una jeep insieme a decine di altri sfortunati, il carcere di Cufra, con le guardie che la violentano e la picchiano a sangue, il viaggio su una barchetta nel Mediterraneo, verso la Sicilia, l’arrivo a Roma in un palazzo fatiscente abitato da rifugiati di tutte le nazionalità. Tuttavia, è proprio dall’arrivo nel nostro Paese che il racconto comincia a lasciar spazio alla speranza e alla gioia di una nuova vita. Oggi Simret ha 19 anni, lavora a Roma ed è fidanzata a un ragazzo eritreo che studia per laurearsi in Ingegneria civile. La sua è una storia di accoglienza riuscita e una testimonianza che dimostra come i migranti non siano oggetti da spostare, ma persone con un volto umano e con un passato da conoscere. “Il ricordo del male subìto – dice Simret oggi – è molto più vivo in me che non quello del bene ricevuto, forse perché noi siamo fatti per il bene. Quindi il bene è la nostra normalità. La nostra natura si traduce nel vivere il bene o nel fare del bene, mentre il male, che è contro natura, facciamo sempre fatica a dimenticarlo”. Ricordiamocelo.

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